martedì 27 settembre 2016

Francesco II delle Due Sicilie, l’Eroe di Gaeta

di Amadeo-Martìn Rey Y Cabieses



Sua Eccellenza Principe di Sant’Elia, Delegato del Sacro Militare Ordine Costantiniano a Napoli e Campania, caro e illustre Dott. Damiano Gaetano, cari membri del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, signore e signori.
Il mio compito oggi è molto piacevole: quello di presentare il Dott. Damiano Gaetano, il nostro oratore, ed esporre alcuni aspetti per aiutare a conoscere la figura di re Francesco II delle Due Sicilie, quinto e ultimo monarca regnante a Napoli, l’ultimo Re di una dinastia che aveva regnato per 126 anni sul trono delle Due Sicilie.
Ma prima voglio esprimere la gratitudine di Sua Altezza Reale l’Infante Don Carlos, Duca di Calabria, e di Sua Altezza Reale il Principe Don Pedro di Borbone delle Due Sicilie, Duca di Noto, per la celebrazione del cinquantesimo anniversario dell’inaugurazione di Don Carlos quale Capo della Real Casa delle Due Sicilie e Gran Maestro del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio. Ho parlato ieri con Don Pedro ed è particolarmente felice di questa celebrazione nell’antica capitale del Regno, questa bella Napoli che sempre mi ospita con signorile affetto.
È particolarmente significativo che stiamo ricordando il Re Francesco II in questo Palazzo Ischitella, sede dei Pinto, principi d’Ischitella, uno dei cui membri, Francesco Emanuele Pinto, principe d’Ischitella, patrizio napolitano, principe di Migliano, marchese di Trevico e Sant’Agata, ministro della guerra 1848-1855, fu firmatario di un documento che consigliava Francesco II di abbandonare Napoli nel 1860. Lui stesso lasciò Napoli per Parigi. Il 13 agosto dello stesso anno, il governo decise l’espulsione di Principe Luigi di Borbone delle Due Sicilie, Conte dell’Aquila, coinvolto in un complotto.
Poco dopo, il principe Leopoldo di Borbone delle Due Sicilie, Conte di Siracusa, zio del re, lo incoraggiò a liberare i suoi soldati dell’obbedienza al monarca a favore della “grandezza d’Italia”.
Francesco II assunse la responsabilità di un regno in fibrillazione dopo la scomparsa di Ferdinando II, suo padre. Ma questo non rientrava nei suoi piani. I problemi erano tanti: con i reggimenti svizzeri, le
manovre di Cavour e le annessioni del Piemonte, i movimenti liberali…
Gli eventi si spostarono velocemente: Liborio Romano, capo del governo; lo sbarco a Marsala l’11 maggio del 1860; Garibaldi che attraversa lo Stretto di Messina; il ripristino della costituzione del 1848; l’abbandono di Napoli da parte di Francesco II, su consiglio di Romano, accompagnato dal corpo diplomatico, tranne francesi e inglesi; l’abbandono della flotta; il suo rifugio a Gaeta; la presa di Napoli nel settembre del 1860; la sconfitta del Volturno nel mese di ottobre che risparmiò alla capitale gli orrori della guerra; l’occupazione di Capua; il plebiscito del 17 dicembre 1860.
Il regno di questo sovrano, dal 22 maggio 1859 al 13 febbraio 1861, fu caratterizzato dalla sua brevità, ma soprattutto è stato illuminato dal sito, l’assedio e la difesa di Gaeta, iniziato il 13 novembre 1860 e finito il 13 Febbraio 1861, che è tra i grandi poemi epici della storia. La piazzaforte oppose una strenua resistenza. I reali napoletani mostrarono un coraggio singolare, incuranti del Regno delle Due Sicilie pericolo, e una bella compassione per i loro sudditi. Era lontano quel disperato “Se non fossi re, e non avessi tali responsabilità verso il paese e verso la mia famiglia, getterei questo fardello”, pronunciato da Francesco II dopo tante delusioni. Sembra che Francesco II trovò la forza per affrontare con dignità la tragedia che stava per travolgerlo. Francesco II e Sofia a Gaeta Sua moglie, la regina Maria Sofia, nata duchessa in Baviera, fu la consorte ideale per un momento di prova e difficoltà, anche se il matrimonio non fu felice: l’intimità coniugale si era raggiunta con ritardo. Ed erano troppo diversi. Si sposarono per procura. Lei era esuberante, allegra e sportiva. Ma re Francesco l’unico sport nel quale era interessato era la caccia. Entrambi erano cattolici ma di diversa religiosità. Preti e reliquie circondavano il sovrano. Lei era la spensierata figlia del molto originale e brillante Massimiliano, duca in Baviera, suonatore di cetra, cacciatore e viaggiatore. Maria Sofia era sorella dell’imperatrice Elisabetta d’Austria, la celebre Sissi la cui vita fu popolarizzata dai film di Ernst Marishka; si vedeva che era stata educata tra le montagne bavaresi a Possenhofen, dove la furia degli elementi si affronta con coraggio e decisione. Maria Sofia ha avuto bisogno di entrambe queste qualità per resistere all’assedio di Gaeta accanto al marito, ma anche per preservare la loro autonomia dalla potente suocera la regina vedova Maria Teresa, seconda moglie di Ferdinando II e madre dei dodici fratelli di Francesco II.
Maria Sofia cercò in tutti i modi di incoraggiare i soldati borbonici distribuendo loro medaglie con coccarde colorate da lei stessa confezionate, prese ad indossare un costume calabrese di taglio maschile affinché pure la popolazione civile la sentisse più vicina, come una di loro, e partecipò personalmente ai combattimenti incitando alla lotta i soldati, recandosi in visita ai feriti negli ospedali. Francesco II a Roma con la regina vedova Maria Teresa ed i fratelli Il castello che durante l’assedio ospitò la guarnigione fu un carcere fino a poco tempo fa. Il 21 gennaio 1861 si è svolto a Gaeta l’anniversario dell’esecuzione di Luigi XVI di Francia. Nelle vene di Francesco II di Borbone correva lo stesso sangue borbonico di Enrico IV e Luigi XIV, il Re Sole. E quel sangue dimostrò la sua qualità nei peggiori momenti di disperazione. Alcuni dei morti, come il duca di Sangro, Caracciolo di San Vito o Giuseppe Ferrari, precettore del re quando era ancora Duca di Calabria, hanno monumenti nella cattedrale. Ma il monumento spirituale di molte morti a causa della fedeltà alla parola data e al re, non ha bisogno di cose materiali da ricordare. Sopravvive nella memoria collettiva.
Monsignor Nicola Borrelli, cappellano di corte, aveva predetto a Francesco II che, se avesse concesso la Costituzione, avrebbe perso il trono. Il re, che nel Gattopardo è descritto come “un seminarista vestito dà generale” era stato allontanato dagli affari di Stato dal padre e per ciò si era trovato senza la formazione necessaria per trattare con loro. “I Borboni regnano uno alla volta!” disse Ferdinando II. Forse il ricordo di una madre che non aveva mai conosciuto, la Beata Regina Maria Cristina, nata principessa di Savoia, alla cui beatificazione ho partecipato lo scorso 25 gennaio del 2014 nella Basilica di Santa Chiara, ha influenzato e anche segnato il giovane e pio principe, molto fedele a tutte le tradizioni della Chiesa napoletana. Certamente Francesco II discese dal ramo principale dei Savoia. Infatti la madre era figlia di Vittorio Emanuele I.
Dopo l’abdicazione, nel 1821, e l’ascesa al trono del fratello Carlo Felice, che era prozio di Francesco, anche questi privo di discendenza maschile, la corona passò al ramo collaterale dei Carignano, decisamente lontano dal tronco principale. Paradossalmente, quindi, Francesco II era dinasticamente più vicino al ramo principale dei Savoia rispetto a suo cugino Vittorio Emanuele II.
Francesco II era apatico e fatalista, esitante, timido, un po’ rigidamente religioso, diceva poche parole nei consigli dei ministri, ma come forse potrà confermare il Dott. Damiano, era molto espressivo, ardente e anche violento nelle sue lettere private, nel tentativo, probabilmente, perdi emulare il padre.
La vita di Francesco II come orfano materno non fu facile. La morte della sua unica figlia, Maria Cristina Pia, di tre mesi, nel 1869, nonostante il ritardo del suo concepimento, si dice provocata per cause simili a quelle che La beata Maria Cristina, regina delle Due Sicilie hanno colpito Luigi XVI e sarà un triste episodio della sua vita. Il forte carattere di suo padre, le difficili circostanze politiche, gli intrighi, la pressione interna ed esterna, hanno reso difficile il suo lavoro. I consigli del suo primo ministro Carlo Filangieri lo portarono a concedere amnistie, maggiore autonomia ai comuni, miglioramenti per i prigionieri, ridurre la tassa sul macinato e i dazi doganali, acquistare grano dall’estero, venderlo a buon prezzo per la popolazione e darlo ai poveri, aprire borse di cambio a Chieti e Reggio Calabria ... e il suo progetto di ampliamento della rete ferroviaria non vene alla luce, per la perdita della corona. Tuttavia, la Spedizione dei Mille e di Garibaldi, con l’aiuto dell’esercito piemontese è stata rapida ed efficace, per alcuni inspiegabilmente, e Vittorio Emanuele II, anche se in un primo momento si è detto rispettoso del trono napoletano, è riuscito a far perdere la corona a suo cugino Francesco II grazie alla determinazione di Cavour ed Enrico Cialdini, “il generale di ferro”, duca di Gaeta e collare della Annunziata, unendo “settentrionali e meridionali che appartenevano a due mondi diversi, che non avevano nulla in comune se non in quel momento la bandiera e il re”. Il Re Francesco II dichiarò in quei momenti: “Fra i doveri prescritti ai Re, quelli dei giorni di sventura sono i più grandiosi e solenni, e io intendo di compierli con rassegnazione scevra di debolezza, con animo sereno e fiducioso, quale si addice al discendente di tanti monarchi”.
Tra i fedeli che accompagnarono i re Francesco e la regina Maria Sofia a Gaeta c’era Bermúdez de Castro, marchese de Lema, ministro di Spagna a Napoli, che rifiutò sdegnosamente di andarsene e che aveva viaggiato a Gaeta nella “Colón”.
Il ministro spagnolo “aveva fatto sapere a Madrid che, qualunque ordine avesse ricevuto, sarebbe andato col re”. Invece, si imbarcarono con destinazione a Roma, i ministri d’Austria, conte Széchény, di Prussia, conte Perponcher, di Russia, principe Volkonskij, e il nunzio apostolico, monsignor Gianelli, arcivescovo di Sardia.
A Gaeta portò ben poco con sé: “dalle banche non ritirò i suoi depositi, dalla Reggia, più che opere d’arte e di valore venale, portò con sé oggetti di devozione e ricordi famigliari”. L’ammiraglio inglese Mundy inviò a Gaeta la Renown con l’offerta al re di trasportarlo dove avesse desiderato. Francesco II rifiutò.
Nonostante questo, partirono sulla nave spagnola Gen. Álava, la Regina madre, Maria Teresa, con le principesse e i piccoli principi, conti di Girgenti, di Bari e di Caltagirone. La seguì la contessa di Trapani, con altra nave spagnola, il Volcán. Raggiunsero Civitavecchia e poi Roma. Ma la Regina Maria Sofia, pur sollecitata, rifiutò di partire. A Gaeta la semplice presenza del re tra le sue truppe aveva un effetto psicologico molto importante e anche quello di sua moglie. Uomini disposti a lottare per l’idea della regalità provavano un senso di esaltazione trovandosi faccia a faccia con giovani che incarnavano quest’idea, che mangiavano del pane con loro, che sfidavano con loro la morte. Re Francesco disse ai suoi fedeli alla fine all’assedio di Gaeta: “Generali, uffiziali e soldati di Gaeta. La sorte della guerra ne separa. Combattuto insieme cinque mesi per la indipendenza della patria, sfidando e sofferendo gli stessi pericoli e disagi, debbo in questo momento metter fine a’ vostri eroici sacrifizii. La resistenza divenuta era impossibile. Se il desio di soldato spingevami a difendere con voi l’ultimo baluardo della monarchia, sino a caderne sotto le mura crollanti, il dovere di re e l’amore di padre oggi mi comandano di risparmiare tanto generoso sangue, la cui effusione or non sarebbe che l’ultima manifestazione d’inutile eroismo. Per voi, miei fidi compagni, pel vostro avvenire, per premiare la vostra lealtà e costanza e bravura, per voi rinunzio al bellico vanto di respingere gli ultimi assalti d’un nemico che questa piazza difesa da voi non avrebbe presa senza seminare di cadaveri il cammino. Voi da dieci mesi combattete con impareggiabile coraggio. Il tradimento interno, l’assalto di rivoluzionarii stranieri, l’aggressione d’uno Stato che dicevasi amico, niente v’ha domato, nè stancato. Tra sofferenze d’ogni sorta, passando per campi di battaglia, affrontando tradigioni più terribili del ferro e del piombo, siete venuti a Capua e a Gaeta, segnando d’eroismo le rive del Volturno e le sponde del Garigliano, sfidando per tre mesi in questé mura gli sforzi d’un nemico padrone di tutta la potenza d’Italia. Per voi è salvo l’onore dell’esercito delle Due Sicilie;
per voi il vostro sovrano può tenere alto il capo, e nella terra dell’esiglio dove aspetterà la giustizia di Dio, il ricordo della vostra eroica lealtà gli sarà dolcissima consolazione nelle sventure. Sarà distribuita una medaglia speciale che ricordi lo assedio; e quando i miei cari soldati torneranno in seno delle loro famiglie, gli uomini d’onore s’inchineranno al loro passaggio, e le madri mostreranno a’figliuoli come esempio i prodi difensori di Gaeta. Generali, uffiziali, soldati, io vi ringrazio; a tutti stringo le mani con affetto e riconoscenza; non vi dico addio ma a rivederci. Serba temi intatta la lealtà, come eternamente vi serberà gratitudine e amore il vostro re Francesco”.
A poco a poco sono state distrutte, soprattutto dopo la prima guerra mondiale, le vestigia materiali di quella numantina difesa. Il bastione dell’Annunziata, che proteggeva dal mare la chiesa dove il 4 dicembre 1860 il re ha partecipato alla Messa per la festa di Santa Barbara, è stato distrutto nel 1960. Ma il bagaglio intangibile che Gaeta ha stampato nel sangue e, diciamo, nel codice genetico dei napoletani sopravvive nel tempo. Francesco II, che fino a quel momento di gloria e di sconfitta, di esilio e tradimento, di morte e dolore, non aveva dato eccessiva prova di determinazione e forza, di prendere decisioni autonome, è stato un esempio di quelli che crescono nelle avversità.
Caduti i Borbone delle Due Sicilie, squadre di imbianchini e di stuccatori lavoravano per sostituire la croce di Savoia ai gigli. Dopo la presa di Gaeta, bombardata giorno e notte da piemontesi e garibaldini, nella cui caduta i progressi dell’artiglieria furono un fattore importante, i reali viaggiarono su una nave francese a Roma. Pio IX, che aveva definito Francesco II come “il piccolo Giobbe”, lo alloggiò al Quirinale. Sono stati poi installati nel Palazzo Farnese, adesso ambasciata di Francia a Roma. L’amore di Francesco II per il suo regno e per i napoletani mai sparì ma più volte mostrato anche dopo aver perso il trono. Nel 1862, ad esempio, ha inviato ingenti somme di denaro per aiutare le popolazioni colpite dall’eruzione del Vesuvio. Durante il suo soggiorno a Roma ha cercato senza successo di organizzare la resistenza armata nel suo ex regno. E ha avuto un governo in esilio riconosciuto dalla Spagna, l’Austria, la Francia e la Baviera. Poi ha vissuto a Parigi con la regina, con brevi viaggi in Austria e Baviera. Francesco II, rimasto a Roma fino al 1870, si spostò tra Parigi e Vienna, stabilendosi, quindi, con Maria Sofia a Possenhofen in Germania, sul lago di
Starnberg.
Papa Pio IX Francesco II delle Due Sicilie a Roma Visse senza grandi mezzi a causa della confisca dei loro beni. Non ha mai voluto la sua reintegrazione. Quando era ancora a Gaeta, c’era l’idea di promettere al re il ricupero delle proprietà personali e dei depositi bancari suoi e della famiglia reale in cambio della pacifica cessione di Gaeta. Dopo, è stato offerto di ricevere i sui beni in cambio della rinuncia al trono delle Due Sicilie. Ma re Francesco collocava il suo onore al di sopra di ogni bene terreno, aveva gusti e bisogni semplicissimi e non teneva in alcun conto gli aspetti mondani della vita. Quindi, non ha mai accettato: “Il mio onore non è in vendita”, disse. Morì “il signor Fabiani” in esilio ad Arco, stazione termale del Trentino austriaco, non lontano del lago di Garda, il 27 dicembre 1894.
Francesco II negli ultimi anni di vita Al momento del trapasso, avvenuto dopo breve malattia, gli erano accanto la moglie Maria Sofia di Wittelsbach che lo aveva raggiunto nell’imminenza del Natale, il fratello Alfonso, Conte di Caserta, l’Arciduchessa Maria e gli Arciduchi Alberto e Ranieri.
L’arciprete Chini, testimone del tempo, così lo descrisse: «dal contegno tanto riservato, che in Arco non si faceva neppure rimarcare, tranne che la sua frequenza e divozione alla Chiesa: quasi suo unico compagno era l’Arciduca Alberto, e qualche volta suo cognato l’Arciduca Carlo Salvatore». Le sue ultime giornate le aveva trascorse compiendo qualche passeggiata nei dintorni della cittadina, scambiando qualche battuta con la gente del luogo, che ricordava la sua svelta camminata lungo il viale delle Magnolie, per giungere puntuale alle sacre funzioni mescolandosi ai semplici contadini.
La salma di Francesco II, vestita con abiti civili su cui spiccavano le decorazioni e fra queste la medaglia al valore militare per la difesa di Gaeta, restò esposta nella camera ardente fino alla sera del 29 dicembre. Egli fu seppellito nel Duomo di Arco. Le resero gli onori due battaglioni di Cacciatori austriaci, mentre dal Monte Brione spararono i cannoni di una batteria. Nello stesso giorno, anche a Napoli fu celebrata una solenne funzione religiosa alla presenza di tutti i nobili duosiciliani, dei Cavalieri dell’Ordine di San Gennaro e dell’Ordine di Malta.
Napoli conobbe la morte del Re dal quotidiano Il Mattino, dove Matilde Serao scrisse un articolo in prima pagina dal titolo “Il Re di Napoli” in cui disse: «Don Francesco di Borbone è morto, cristianamente, in un piccolo paese alpino, rendendo a Dio l’anima tribolata ma serena. Giammai principe sopportò le avversità della fortuna con la fermezza silenziosa e la dignità di Francesco secondo. Colui che era stato o era parso debole sul trono, travolto dal destino, dalla ineluttabile fatalità, colui che era stato schernito come un incosciente, mentre egli subiva una catastrofe creata da mille cause incoscienti, questo povero re, questo povero giovane che non era stato felice un anno, ha lasciato che tutti i dolori umani penetrassero in lui, senza respingerli, senza lamentarsi; ed ha preso la via dell’esilio e vi è restato trentaquattro anni, senza che mai nulla si potesse dire contro di lui. Detronizzato, impoverito, restato senza patria, egli ha piegato la sua testa sotto la bufera e la sua rassegnazione ha assunto un carattere di muto eroismo… Galantuomo come uomo e gentiluomo come principe, ecco il ritratto di Don Francesco di Borbone».
Le spoglie di Francesco II, di Maria Sofia e della loro figlia Maria Cristina, riposano nella Basilica di Santa Chiara, a Napoli, dal 18 maggio 1984, dove sono state portate in forma solenne dalla Chiesa del Santo Spirito dei Napoletani a Roma.
Mons. Borrelli disse una volta a Portici: “Se Vostra Maestà non è stato un gran re in terra sarà un gran santo in cielo”. La sua vedova, la regina Maria Sofia, l’eroina di Gaeta, morì molti anni più tardi, nel 1925 a Monaco, dopo periodi di depressione, senza aver mai smesso di avere fiducia nel futuro restauro del trono perduto.
Funerale di Francesco II
E bene. Il Dott. Gaetano Damiano, è nato a Domodossola, città che, anche se non sono mai stato, è vicina a me per quanto lì è morto un mio parente: Jorge Chávez Dartnell, il 27 settembre 1910, pioniere dell’aviazione peruviana, che dà il nome all’aeroporto di Lima. Il Dott. Damiano che ha compiuto i suoi studi presso l’Università Federico II di Napoli, facoltà di Giurisprudenza ed è diplomato in Archivistica, Paleografia e Diplomatica, è Bibliotecario Direttore presso l’Archivio di Stato di Napoli, dove svolge compiti di accoglienza, consulenza agli studiosi e guida alla ricerca documentaria, nonché tutti gli altri compiti previsti dal profilo professionale, tra cui visite guidate al complesso  monumentale dell’Archivio e al patrimonio ivi conservato, partecipazione a mostre e convegni, redazione, per la parte scientifica, di studi e schede in cataloghi di mostre e altre pubblicazioni. Partecipa ai corsi della Scuola di Archivistica, paleografia e diplomatica con la tenuta di seminari. È inoltre responsabile della conservazione del patrimonio documentario. È stato docente
presso l’Università degli Studi “Suor Orsola Benincasa” di Napoli per un Master in “Conservazione dei beni culturali”. È autore di “Il secolo d’oro della pittura napoletana”, “Civiltà del Seicento a Napoli”, “Maioliche napoletane del Seicento”, “Antichità e belle arti. Le istituzioni”, “Napoli e Filippo II”, “Blu, Rosso e Oro. Segni e colori dell’araldica in carte, codici e oggetti d’arte”, “La Repubblica napoletana del novantanove. Memoria e mito”, “Le unità di spazi monumentali: il Ritiro del Crocifisso in Santa Maria Antesecula e la Casa - Ospizio di Santa Maria Maddalena ai cristallini”, “Giubileo a Napoli: un affare di stato (1725-1825), “I feudi del Regno delle Due Sicilie riservati alla Corona di Francia”, “Scienziati - artisti. Formazione e ruolo degli ingegneri nelle fonti dell’Archivio di Stato di Napoli e della Facoltà di Ingegneria di Napoli”, “Gioielli regali”, “Un tentativo di ricostruzione di un fondo archivistico perduto: il Consiglio dei maggioraschi”, “I nobili di Murat dal fondo perduto del Consiglio de’ Maggiorati”, “I giornali copialettere di David, Console generale dell’Impero in Bosnia, conservati nell’Archivio di Stato di Napoli”, “Gli ordini cavallereschi”, “Regina Margherita”, “La guerra de Successiò vista amb ulls  napolitans. Les Memorie de Tiberio Carafa”, “Enfrontaments a l’exili: controvèrsies sobre el Monte dei catalani de Nàpols”, “I trattati di Utrecht e i territori italiani di Napoli e Parma. Visione dalla periferia geografica e politica”, “Stemmi di Murat, titoli e nobiltà del Regno di Napoli”.
Sono sicuro che il Dott. Damiano farà una grande conferenza sulle lettere private e pubbliche di questo re, il vero “re galantuomo”, la cui dignità lo accompagnò fino alla tomba. Grazie.

§ Parole di apertura della conferenza del dott. Gaetano Damiano, direttore della Biblioteca dell’Archivio di Stato di Napoli dal titolo: “L’archivio privato di Francesco II di Borbone-Due Sicilie. Documenti di vita pubblica e privata dell’ultimo Re”.
* Dottore in Storia; Dottore in Medicina; Cavaliere Gran Croce di Giustizia, Vice-Uditore Generale e Consigliere della Real Deputazione del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio; Accademico di Numero Eletto della “Real Academia Matritense de Heráldica y Genealogía”; Membro Corrispondente del Collegio Araldico.

venerdì 16 settembre 2016

Emblemática y uniformidad de la orden de Malta

La cruz de Malta es un emblema con una enorme carga de significado e historia entre sus ángulos. El I Congreso Internacional de Emblemática General definía el emblema como “cualquier elemento visible que es representación simbólica de una persona física o jurídica, singular o colectiva, y que traduce una identificación personal, un vínculo familiar o comunitario, una posición social o un mérito individual” Clicca qui per continuare a leggere

sabato 10 settembre 2016

Tommaso Romano, "Antimoderni e critici della modernitá in Sicilia dal '700 ai nostri giorni" (Ed. ISSPE)

di Corrado Camizzi

In un suo celebre libro, uscito nel 1966, il filosofo tedesco Hans Blumenberg, per rivendicare la “legittimità” dell'Età Moderna (vale a dire, in sostanza, della Modernità), piuttosto che ricorrere all'idea di “secolarizzazione” con l'implicita rinuncia a qualunque tipo di trascendenza, preferiva avvalersi del concetto di “autolegittimazione dell'uomo rispetto all'assolutismo teologico”, definito come un processo evolutivo del rapporto tra Ragione e Storia, svoltosi fra il tramonto del Medio Evo e l'avvento dell'Età Moderna e risoltosi, a detta dello stesso Blumenberg, nel “naufragio delle ultime aspirazioni dell'Illuminismo europeo”. Si sarebbe dovuto affrontare i presupposti stessi della Ragione Kantiana, nella loro intima sostanza, in una sorta di “Illuminismo dell'Illuminismo”, quale quello tentato, senza riuscirci, dai Filosofi di Francoforte. Ma il dibattito della cultura occidentale nei cinquant'anni succeduti al libro del Blumenberg, lungi dal percorrere tale cammino, ha insistito in un Razionalismo sempre più radicale e totalmente secolarizzato, persistendo in un ostinato rifiuto di qualunque apertura metafisica e di un corretto dialogo tra Ragione Fede. Eppure – come ha scritto Larry Siedentop, filosofo statunitense di orientamento laico-liberale, già allievo di Isaiah Berlin – proprio il Cristianesimo giocò un ruolo decisivo nella valorizzazione del rapporto di collaborazione tra Fede e Ragione. Solo nel XVIII secolo – appunto con l'Illuminismo – è esploso quel profondo conflitto fra Secolarismo e Fede, che vede oggi, nelle società occidentali, la forte recrudescenza che lo fa apparire inevitabile, relegando in una posizione subalterna l'ipotesi di una civiltà in cui istanze religiose e realismo secolarista potevano coesistere. Ma, a questo punto, è intervenuto il Laicismo – assunto a sua volta a concezione “religiosa” - a far prevalere la concezione conflittuale.
            La sconfitta dell'ipotesi conciliatrice tra Secolarismo e fedi religiose è stata ben rilevata, ad esempio, da Monsignor Crepaldi, Arcivescovo di Trieste, che ha individuato, in Occidente, “un acuto processo di secolarizzazione che tende progressivamente ad estenuare il cristianesimo nella sua capacità di produrre civiltà. Solo nel contesto occidentale si è sviluppata per la prima volta una cultura che costituisce la contraddizione in assoluto più radicale, non solo del cristianesimo, ma delle tradizioni religiose e morali della Società”. Un radicale positivismo, “dogma della modernità”, per costruire un Ordine senza Dio e fondato su una antireligiosità assoluta, che nega la natura e l'identità umana, ignora il Diritto naturale e la Verità, dando vita a quella che Papa Benedetto ha coraggiosamente denunciato come Dittatura del Relativismo.
            E contro questa, paradossalmente intollerante, dittatura relativista, che rende impossibile distinguere il Vero dal falso, il Bene dal Male, il Bello dal Brutto, vengono battendosi fin dalle sue origini, nell'Età dell'Illuminismo o, addirittura, della Riforma protestante con la sua “libertà di coscienza”, i critici della modernità con scarso successo, a dir il vero, dato l'ovvio, oppressivo predominio, nel sistema massmediatico, della cultura dominante, che è quella progressista e modernista.
            Con un'ampia ed esauriente rassegna, ha dato spazio a tali autori, coraggiosamente controcorrente, Tommaso Romano, editore, organizzatore culturale e uomo di pensiero egli stesso, con un corposo (oltre duecento pagine) ed elegante volume, edito per conto dell'Istituto Siciliano di Studi Politici ed Economici [Antimoderni e Critici della Modernità in Sicilia dal '700 ai nostri giorni, ISSPE, Palermo, 2012] e concepito dal particolare angolo visuale della sicilianità. In un'acuta e illuminante Introduzione, il Curatore rende ragione di tale scelta a favore di quella Sicilia che “Sofocle ebbe a chiamare Italia Illustre” e si può assumere come “metafora di un orizzonte certo più vasto”, “mosaicosmo siciliano [di] non redenti, non arresi all'ineluttabile modernità, pur con cento e cento differenze e tuttavia con un denominatore comune di critica e/o di spirito”. In Francesco Mazziotta (1859-1927) e Nunzio Russo (1841-1906) – citiamo solo a titolo d'esempio emblematico – appaiono più evidenti le peculiarità siciliane della critica mossa alla Modernità dagli autori studiati da Tommaso Romano: il primo auspice di un'Italia confederata, in cui l'autonomia della Sicilia si baserebbe sul motto secondo il quale “ciò ch'è legittimo e giusto è inviolabile” in quanto fondato sulle “libertà reali”, alla Sicilia sempre riconosciute, e non dedotte dall'astratta Libertà giacobina che l'Unità affermava; il secondo “...intransigente con la modernità … ritenne che Dio lo chiamasse alla missione di evangelizzazione della Sicilia dopo la tempesta rivoluzionaria che aveva portato (…) anche i processi di laicizzazione dello stato e di secolarizzazione della società che apparivano a lui come la dimensione storica di una guerra metastorica, apocalittica che (…) aveva coinvolto nazioni, governi nati dalla rivoluzione, sette massoniche, singoli individui in un progetto mondiale di estromissione di Gesù Cristo e della Chiesa dalla vita e dagli ordinamenti sociali”.
            Non è certo qui il luogo per estendere il discorso nemmeno ad una piccola parte dei centosessanta nomi rievocati nel ricco dizionario (il lettore li scoprirà da sé, uno per uno) ma va pur detto che tra di essi figurano personaggi della levatura di un Padre Brucculeri e di un Michele Federico Sciacca, di un Vito d'Ondes Reggio e di un Padre Tapparelli D'Azeglio, di un Nicola Spedalieri e di un Domenico Fisichella, di un Julius Evola e di un Emanuele Samek Lodovici (il rivelatore di quella metamorfosi della gnosi che Don Ennio Innocenti ha smascherato come Gnosi spuria e che inganna, oggi, anche intelletti e spiriti non in mala fede), per andare ad un Nicolò Rodolico, a un Giuseppe Tricoli, a un Gaetano Falzone, intellettuali versati nelle discipline più diverse e di differenti impostazioni culturali, ma aventi in comune – come opportunamente precisa il Curatore dell'opera – la “posizione favorevole al Diritto Naturale e critica nei confronti della modernità”, in una tesi, ammette Tommaso Romano, “sicuramente ardua, anche metodologicamente, ma chiara negli assunti e nelle proposte per una insorgenza interiore, prima di tutto spirituale e intellettuale e morale, che parta appunto da una revisione profonda, intima, soggettiva per poi essere in grado di irradiarsi come cultura e azione, anche storica, civile e politica, nel senso più alto del termine” e contrastare, ancora e più che mai, la “crescente crisi di valori, di identità e di senso, che caratterizza il  mondo moderno e la sua logica”. Una logica che, scrisse benissimo padre Cornelio Fabro, “si rovescia in umiliazione della ragione, incapace di raggiungere qualunque certezza del sapere, ridotta al nulla dal dubbio radicale e assoluto” che la ispira. Irretito in tale incapacitante e contradditoriamente totalitario relativismo, “perso il Timor di Dio, l'uomo contemporaneo non vuole neppure, ormai – è ancora Tommaso Romano a farlo notare – farsi Dio, ma annullarsi nell'insignificanza, annegare nel non-senso, nell'ovvio, verso una sorta di trasformazione antropologica” di un uomo, che pretende di poter vivere nella completa assenza di Dio”.         
            Eppure, ci ricordava Papa Benedetto, quando era, semplicemente, il Cardinale Ratzinger, “Quaerere Deum – cercare Dio - e lasciarsi trovare da Lui: questo oggi non è meno necessario che in tempi passati. Una cultura meramente positivista, che rimuovesse nel campo soggettivo come non scientifica la domanda circa Dio, sarebbe la capitolazione della ragione, la rinuncia alle sue possibilità più alte e quindi un tracollo dell'umanesimo, le cui conseguenze non potrebbero essere che gravi. Ciò che ha fondato la cultura dell'Europa, la ricerca di Dio e la disponibilità ad ascoltarLo, rimane anche oggi il fondamento di ogni vera cultura”.
            A questo punto, pur riconoscendo gli indubbi benefici materiali che la modernità ha portato,  si è tentati di dire, con Voegelin, che “la morte dello spirito è il prezzo del progresso”. In qualche misura sembra un fatto che non si può negare. Ma occorre anche ammettere che ben venga il progresso con tutti i suoi benefici, purché si riesca a non lasciar soffocare lo spirito. È un compito a cui si può – si deve – dedicare la vita. Come hanno fatto questi Nostri Maggiori. E se siamo qui a leggere e disquisire di tutto ciò, forse, c'è ancora speranza.

sabato 30 luglio 2016

Sull’idea di Aristocrazia

di Carmelo Muscato

Il termine “aristocrazia” sopravvive nel mondo moderno come cimelio di un mondo che ormai non è più, mentre nel mondo premoderno o tradizionale esso costituiva un concetto centrale tanto nella organizzazione sociale che nella riflessione politica.
Secondo la classica divisione dei regimi costituzionali delineata da Platone nel Politico, poi ripresa da Aristotele, da Cicerone e altri ancora, ci sono tre forme di governo sane: monarchia, aristocrazia e democrazia, a seconda che il governo sia retto da uno, da pochi o da molti. Queste tre forme di governo, degenerando, danno luogo a tre forme deteriori di regimi: tirannide e oligarchia le prime due, un regime variamente denominato la terza. Tra parentesi in Platone, Aristotele e anche oltre il termine democrazia tende a indicare più la forma degenerata del governo dei molti che quella sana, ma questo, che pure è un aspetto importante, riguarda altro un discorso.
Come è facile notare nell’orizzonte politico moderno sopravvivono i termini di questa antica classificazione ad eccezione appunto del termine aristocrazia. Per descrivere gli attuali regimi costituzionali possiamo servirci del concetto di democrazia ma anche quello di monarchia o tirannide, magari con il sinonimo di dittatura, così come del concetto di oligarchia. Certo, è mutata la logica della classificazione platonica, per cui per esempio le monarchie europee sono anche delle forme di democrazia. Ma i termini permangono, ad eccezione appunto del termine aristocrazia.
Che cosa è accaduto con la rivoluzione moderna che ha messo in soffitta il termine aristocrazia? Innanzitutto possiamo osservare che, avendo la borghesia scalzato l’aristocrazia, ora l’articolazione sociale è tutta all’interno di quello che era il “terzo stato”. Per comprendere il significato di questa sostituzione sul piano sociale, e quindi politico, possiamo passare dal mutamento osservabile nella realtà esterna al più intimo mutamento concettuale. Riflettendo sull’etimo del termine aristocrazia, come è a tutti noto, oi aristoi in greco significa i migliori. Messa da parte la reazione negativa che tale significato suscita nella mentalità egualitaristica moderna, possiamo notare che nella riflessione platonica è determinante il riferimento al Bene. “Migliore” è superlativo di “buono” e i guardiani della kallipoli sono i migliori perché guardano al Bene. Ora chiediamoci: perché aristocrazia è diventato un termine in disuso? Perché il problema del Bene in età moderna è stata rimosso. Se i guardiani in Platone sono gli aristoi perché guardano al Bene, ora borghesia e proletariato sul versante sociale, monarchia, democrazia o oligarchia sul quello politico, possono sussitere senza alcun riferimento al Bene.
Ciò in quanto si è ritenuto che il Bene al singolare, cioè l’idea metafisica e dunque filosoficamente più problematica, potesse essere agevolmente sostituito dai beni al plurale, siano essi beni materiali e oggettivi, o siano beni psicologici, il benessere soggettivo. Ma è veramente possibile occuparsi dei beni o del benessere contingente, aggirando l’ardua questione del Bene metafisico? In realtà ciò non è che un illusione. Che cosa sono i beni contingenti, quelli che non pretendono di costituire un bene assoluto ma che hanno comunque il vantaggio di essere misurabili, facilmente individuabili e agevolmente trattati dal punto di vista razionale? Sono stati di essere considerati buoni non in sé ma in vista di qualcos’altro, quindi qualcosa che parla non del Bene assoluto ma del bene relativo. L’abbaglio consiste nel non accorgersi che anche i beni relativi e contingenti in realtà rimandano al Bene in sé e lo presuppongono in maniera imprescindibile, anche se non immediatamente evidente. Come il mezzo inevitabilmente presuppone il fine, qualcosa può essere considerato un bene relativo solo in quanto, anche indirettamente è collegato al Bene in sé. Posso considerare un bene laurearmi anche se la laurea in sé non è un Bene, in quanto la laurea può costituire un mezzo in vista di un fine, per esempio ottenere un lavoro o realizzare una carriera. E quest’ultimo stato a sua volta può anche non essere un bene assoluto ma un bene contingente, in quanto è anch’esso un mezzo in vista di uno stato successivo considerato fine, e così via. Tuttavia questo modo di considerare i beni relativi può funzionare solo in quanto ammettiamo, consapevolmente o meno, che alla fine della catena, non importa quanti numerosi siano gli anelli, risieda qualcosa che è il Bene in sé, ossia qualcosa che sia fine ultimo e non solo un fine in vista di un fine ulteriore. Quello che Aristotele spiega così: “Se poi vi è un fine delle nostre azioni che noi vogliamo di per se stesso, mentre gli altri li vogliamo solo in vista di quello, e non desideriamo ogni cosa in vista di un’altra cosa singola (così infatti si andrebbe all’infinito, cosicché la nostra tendenza sarebbe vuota e inutile), in tal caso è chiaro che questo dev’essere il bene e il bene supremo”[1].
Da questo punto di vista, nonostante possa sembrare invecchiato e inutile, il concetto di aristocrazia ha una validità sempre attuale: infatti l’idea metafisica di Bene è, e non può non essere, un’idea imprescindibile. Solo una sciagurata inconsapevolezza può farci credere che non sia così. Sempre facciamo riferimento al Bene, anche se non ce ne accorgiamo. Possiamo considerare una significativa questione dei nostri giorni che tanto ha fatto e continua a far discutere: la legge emanata dall’attuale governo, chiamata “la buona scuola”. Possiamo mettere da parte ogni discussione e immaginare Socrate che con la sua ironia così si rivolga a chi ha fatto la legge: “oh divino Renzi, devi essere davvero un conoscitore del Bene per essere riuscito a individuare quale sia la buona scuola!”. Solo la superficialità può farci credere che sia possibile riconoscere la buona scuola dalla cattiva scuola anche senza aver affrontato il problema del Bene. E così, ancora, nella scuola come in altri ambiti della società, si discute molto di meritocrazia, illudendosi che si possano individuare i meriti, senza essersi preoccupati di sapere cosa sia il Bene.
Allora, nonostante sia caduto in disuso, il concetto di aristocrazia ha una validità sempre attuale, come sempre imprescindibile è il Bene che esso richiama. Ecco perché l’organizzazione socio-politica nel mondo tradizionale è comunque sempre una forma di aristocrazia: anche laddove c’è un re siamo sempre in presenza di un assetto che trova la sua centralità nell’aristocrazia, non tanto per la sua preminenza intesa in senso stretto come classe sociale, ma per il significato più ampio e più profondo del concetto. Non a caso, a parte la classificazione del Politico, la kallipoli, ossia la polis ideale, delineata nella Repubblica platonica è una polis aristocratica, nel senso che l’ottima costituzione – quella da cui per graduale decadimento sorgeranno rispettivamente: timocrazia, oligarchia, democrazia e tirannide – è la costituzione aristocratica.
Da questo punto di vista non c’è contrapposizione tra monarchia e aristocrazia. Anche il termine re, che dal latino rex rimanda alla radice indeuropea (da cui il sanscrito “raja” e il tedesco “reich”), indica ‘il punto raggiunto in linea retta’. Re nel suo significato originario, non è tanto il detentore del potere, ma colui che conosce ciò che è retto, la linea retta, la via da seguire. Come ricorda Benveniste, il rex indoeuropeo è molto più religioso che politico. Il suo compito non è di comandare ma di fissare le regole, di determinare ciò che è in senso proprio ‘retto’. Ossia il Bene.




[1] Aristotele, Etica Nicomachea, I, 1094a.

giovedì 14 luglio 2016

Il mediocre e l'Idealista - Nel ricordo di Sancio Panza e di santa Giovanna d'Arco


Il mediocre è interamente assorbito dalle delizie della pigrizia, e dall’esclusivo piacere di ciò che è alla sua portata. Egli non guarda né avanti né in alto. Non analizza, non prevede. La sua vita mentale si esaurisce nella sensazione dell’immediato: le piccole soddisfazioni della giornata, il divano comodo, le ciabatte, il televisore. Ecco il suo piccolo paradiso!
Per il mediocre non esiste nulla all'insù di sé stesso. Egli è il centro e la misura di tutte le cose. Per lui “dedizione” e “ideale” suonano arcaiche, puzzano di muffa. Non vuole arrivare agli estremi delle sue capacità: vuole restare dov’è. Si accontenta del “più o meno”, che è la via più breve per l’inferno.


Lasciamo stare il mediocre e le sue mediocrità sbiadite, e parliamo dell’eroismo intenso.
Noi dobbiamo essere audaci fino all’incredibile, quando è l’ora dell’audacia; prudenti fino all’inimmaginabile, quando è l’ora della prudenza; benigni fino all’inverosimile, quando è l’ora del perdono; severi fino allo sconvolgente quando è l’ora del castigo.
Soprattutto, dobbiamo essere talmente fiduciosi nella Madonna, da confondere i nostri avversari.
Quando Dio vede un’anima così, se ne compiace in modo speciale.


(Plinio Corrêa de Oliveira, 20 giugno 1981).

venerdì 1 luglio 2016

Meister Eckhart, "Dell'uomo nobile"

Nostro Signore dice nel Vangelo: Un uomo nobile partì per un paese lontano per ottenere un regno, e poi tornò. Nostro Signore ci insegna con queste parole a qual punto l'uomo è creato nobile nella sua natura, a quale punto è divino ciò cui può giungere per grazia ed anche come deve arrivarvi. Queste parole sono anche in relazione con gran parte della sacra Scrittura.
Bisogna innanzitutto sapere - e ciò è assolutamente chiaro - che l'uomo ha in sé due nature: il corpo e lo spirito. Perciò un testo dice: Chi conosce se stesso, conosce tutte le creature, perché tutte le creature sono o corpo o spirito. Perciò la Scrittura dice dell'uomo che vi è in noi un uomo esteriore ed un altro: l'uomo interiore. All'uomo esteriore appartiene tutto ciò che inerisce all'anima, avvolto dalla carne e mescolato ad essa, tutto ciò che fa opera corporea comune con ed in ogni membro, come l'occhio, l'orecchio, la lingua, la mano ed altro. La Scrittura chiama ciò uomo vecchio, uomo terrestre, uomo esteriore, nemico, schiavo.
L'altro uomo che è in noi è l'uomo interiore; la Scrittura lo chiama uomo nuovo, uomo celeste, uomo giovane, amico, ed uomo nobile. È a questo che pensa Nostro Signore, quando dice che un uomo nobile partì per un paese lontano per ottenere un regno, e poi tornò.
Bisogna anche sapere che san Gerolamo ed i maestri in generale dicono che, fin dall'inizio della propria esistenza umana, ogni uomo ha uno spirito buono, un angelo, ed uno spirito cattivo, un demonio. L'angelo buono invita e spinge continuamente a ciò che è buono, a ciò che è divino, alla virtù, a ciò che è celeste ed eterno. Lo spirito cattivo invita e sospinge incessantemente l'uomo a ciò che è passeggero, temporale, a ciò che è contrario alla virtù, malvagio e diabolico. Questo stesso spirito cattivo si intrattiene costantemente con l'uomo esteriore e, attraverso esso, tende di continuo ed in segreto inganni all'uomo interiore, proprio come il serpente si intrattenne con Eva, la donna, e, attraverso essa, con Adamo, l'uomo. L'uomo interiore è Adamo. L'uomo nell'anima è l'albero buono, che porta sempre e continuamente frutti buoni, di cui parla Nostro Signore
È anche il campo in cui Dio ha seminato la sua immagine e somiglianza, e dove spande il buon seme, la radice di ogni saggezza, di ogni arte, di ogni virtù, di ogni bontà: il seme della natura divina . Il seme della natura divina è il Figlio di Dio, il Verbo di Dio.
L'uomo esteriore è il nemico, il malvagio, che ha seminato e sparso la zizzania. San Paolo dice di lui: Io trovo in me ciò che mi ostacola, contrario a ciò che Dio ordina, consiglia, a ciò che Dio ha detto e dice ancora nella parte più elevata, nel fondo della mia anima. Altrove egli dice ancora, gemendo: Ahimè! Infelice che sono! Chi mi libererà di questa carne e di questo corpo mortale? Altrove ancora egli dice che lo spirito dell'uomo e la sua carne sono costantemente opposti l'uno all'altro. La carne consiglia il vizio e la malizia; lo spirito consiglia l'amore di Dio, la gioia, la pace ed ogni virtù. La vita eterna appartiene a chi segue lo spirito, a chi vive secondo lo spirito e il suo consiglio. L'uomo interiore è colui del quale Nostro Signore dice che un uomo nobile partì per un paese lontano, per ottenere un regno. È l'albero buono di cui Nostro Signore dice che porta sempre buoni frutti e mai cattivi, perché vuole la bontà, è portato alla bontà, verso la Bontà, quale essa si libra in se stessa, senza essere toccata da questo o da quello. L'uomo esteriore è l'albero cattivo che non può mai portare buoni frutti.
Della nobiltà dell'uomo interiore e della indegnità dell'uomo esteriore, della carne, i maestri pagani Cicerone e Seneca dicono anche che nessuna anima razionale è senza Dio; il seme di Dio è in noi. Se essa avesse un uomo buono, saggio e laborioso che la coltivasse, prospererebbe molto di più e si eleverebbe verso Dio, di cui è seme, e il frutto sarebbe simile alla natura di Dio. Il seme del pero si ingrandisce per diventare un pero, il seme del noce per diventare noce, il seme di Dio per diventare Dio. Ma se il buon seme ha un coltivatore sciocco e malvagio, la zizzania preme, copre e soffoca il buon seme, cosicché esso non può arrivare alla luce, né svilupparsi. Origene, un grande maestro, dice: Poiché Dio stesso ha seminato, sotterrato, generato questo seme, esso può essere coperto o nascosto, ma non è mai distrutto o estinto: è ardente, luminoso, chiaro, e brucia e tende incessantemente verso Dio.
Il primo grado dell'uomo interiore, dell'uomo nuovo - dice sant'Agostino - è quando l'uomo vive secondo il modello delle persone buone e sante, ma ancora si appoggia alle sedie, resta vicino alle pareti e si nutre di latte .
Il secondo grado è quando ormai non guarda più soltanto i modelli esteriori né la gente dabbene, ma si muove di corsa verso l'insegnamento ed il consiglio di Dio e della saggezza divina; volge le spalle all'umanità ed il volto a Dio, sfugge al petto della madre e sorride al Padre celeste.
Il terzo grado è quando l'uomo sfugge sempre più a sua madre, si allontana sempre più dal suo grembo, fugge la preoccupazione, rigetta la paura, tanto che, se anche potesse agire male ed ingiustamente senza scandalizzare alcuno, non ne ha tuttavia il desiderio; infatti egli è unito a Dio dall'amore e dal fervore, finché Dio lo porti e l'introduca nella gioia, nella dolcezza e felicità, nella quale non si può sopportare quel che è dissimile ed alieno da Dio.
Il quarto grado è quando egli cresce e si radica sempre di più nell'amore ed in Dio, in modo tale da esser pronto ad accettare tutto quel che è contrarietà, tentazione, avversità, ed a sopportare la sofferenza di buon grado e volentieri, con desiderio e gioia.
Il quinto grado è quando egli vive chiuso dappertutto in se stesso, riposando in pace nella ricchezza e sovrabbondanza della somma, inesprimibile Saggezza.
Il sesto grado è quando l'uomo è staccato dalle immagini e trasformato al di sopra di se stesso dalla eternità di Dio; quando è giunto al perfetto e totale oblio della vita effimera e temporale, trasformato in una immagine divina, divenuto figlio di Dio. Oltre questo non esiste un grado più alto; qui è riposo e felicità eterna, giacché fine dell'uomo interiore e dell'uomo nuovo è la vita eterna.
Per questo uomo interiore, questo uomo nobile, nel quale è seminato ed impresso il seme divino - come questo seme, questa immagine della natura e della essenza divine, il Figlio di Dio, appare, come lo si percepisce e come, a volte, rimane nascosto - il grande maestro Origene offre un paragone: l'immagine di Dio, il Figlio di Dio, è nel fondo dell'anima come una fonte viva. Ma se si getta su di essa della terra, ovvero il desiderio terreno, essa è ostacolata e coperta, in guisa che non se ne riconosce e non se ne vede più niente; tuttavia essa resta viva in se stessa e, se si toglie la terra, riappare e la si scorge. Lo stesso maestro dice che si allude a questa verità nel primo libro di Mosè, ove è detto che Abramo aveva scavato nel suo campo dei pozzi d'acqua viva, che i malfattori riempirono di terra, ma che poi, quando la terra fu tolta, i pozzi riapparvero vivi.
Si può fare anche un'altra similitudine. Il sole splende senza interruzione; tuttavia, quando una nuvola o una nebbia si pone tra noi ed il sole, noi non vediamo più la sua luce. Nello stesso modo, quando l'occhio è debole, malato o velato, non percepisce la luce. Inoltre, a volte ho fornito un paragone che colpisce: quando un artefice fa un'immagine di legno o di pietra, non introduce l'immagine nel legno, ma toglie i trucioli che coprivano e nascondevano l'immagine; non aggiunge nulla al legno, ma, al contrario, scava e toglie ciò che lo ricopre, leva via le scorie: allora brilla ciò che era nascosto al di sotto. Tale è il tesoro nascosto nel campo, come dice Nostro Signore nel Vangelo .
Sant'Agostino dice: Se l'anima si eleva completamente verso l'eternità, in Dio solo, l'immagine di Dio appare e brilla, ma se l'anima si volge verso l'esterno, anche con l'esercizio esteriore della virtù, l'immagine viene completatamente coperta. È ciò che insegna san Paolo, quando dice che le donne portano la testa coperta e che gli uomini vanno a testa nuda. Perciò tutto quello che, nell'anima, si rivolge al basso, riceve di là un velo che la ricopre, ma ciò che, nell'anima, si eleva verso Dio, è la pura immagine di Dio, la nascita di Dio senza velo, spoglia nell'anima spoglia. Dell'uomo nobile, immagine di Dio, figlio di Dio, seme della natura divina che non è mai distrutta in noi, anche se può essere ricoperta, il re David dice nel Salterio: Sebbene molte vanità, miserie e sofferenze assalgano l'uomo, egli rimane tuttavia nell'immagine di Dio, e l'immagine di Dio in lui. La luce vera splende nelle tenebre, anche se non la si vede.
Non fate caso al mio colore scuro - dice il libro dell'Amore - io sono bella e ben fatta, ma il sole mi ha abbronzato. Il sole è la luce di questo mondo, e questo significa che ciò che è la cosa migliore e più elevata tra quelle fatte e create, nasconde e scolorisce l'immagine di Dio in noi. Togliete le scorie dell'argento - dice Salomone - ed il vaso più puro deve essere luminoso e brillare: è l'immagine, il figlio di Dio nell'anima. È ciò che vuoi dire Nostro Signore quando parla di un uomo nobile che partì; infatti l'uomo deve abbandonare tutte le immagini e se stesso, allontanarsi e divenire dissimile ed alieno da tutto, se vuole e deve veramente accogliere il Figlio e divenire figlio, nel cuore e nel seno del Padre.
Ogni specie di mediazione è estranea a Dio. Io sono - dice Dio - il primo e l'ultimo. Non esiste distinzione né nella natura di Dio né nelle Persone secondo l'unità della loro natura. La natura divina è uno, ed anche ogni Persona è l'Uno e lo stesso Uno che è loro natura. La distinzione tra essere ed essenza è còlta come Uno, ed è Uno. Soltanto là dove questo Uno non è più in se stesso, egli riceve, possiede e produce una distinzione. Perciò nell'Uno si trova Dio, e chi vuole trovare Dio deve divenire uno. Un uomo partì, dice Nostro Signore. Nella distinzione non si trova né l'Uno né l'essere, né Dio, né riposo, né beatitudine, ne soddisfazione. Sii uno, per poter trovare Dio. E, in verità, se tu fossi veramente uno, resteresti uno anche nella diversità, e la diversità diverrebbe uno per te e non potrebbe ostacolarti assolutamente in nulla. L'uno rimane ugualmente uno in mille volte mille pietre come in quattro pietre, e mille volte è altrettanto un numero semplice quanto quattro è un numero.
Un maestro pagano dice che l'uno è nato dall'Altissimo. La sua natura è di essere uno con l'Uno. Chi lo cerca al di sotto di Dio, si inganna. In quarto luogo, dice lo stesso maestro, questo Uno non ha amicizia maggiore che con le fanciulle, o vergini, come dice san Paolo: Io vi ho, vergini pure, affidate e fidanzate all'Uno. È così che l'uomo dovrebbe essere; infatti Nostro Signore dice: Un uomo partì.
Uomo, secondo il significato del nome in latino, designa, in un senso, colui che si inclina davanti a Dio e si sottomette a Lui con tutto ciò che è e che ha, che guarda in alto verso Dio, non verso quel che gli appartiene, che sa essere dietro lui, sotto di lui, accanto a lui. Tale è la piena e vera umiltà: l'uomo ha questo nome dalla terra. Non ne parlerò oltre. Quando si dice uomo, questa parola significa anche qualcosa di elevato al di sopra della natura, al di sopra del tempo, al di sopra di tutto quel che è rivolto al tempo o ha il gusto del tempo, ed io dico la stessa cosa anche dello spazio e della corporeità. Inoltre, questo "uomo" non ha, in certo modo, niente di comune con quel che sia, ovvero non ha né forma né rassomiglianza con questo o con quello, e non sa niente di niente, in guisa tale che non si trova e non si coglie in lui in alcun modo il nulla, che gli è totalmente tolto, ed in lui si trova soltanto vita pura, essere, verità, bontà. Chi è cosiffatto, è un uomo nobile, in verità, né più né meno.
C'è ancora un altro modo di spiegazione ed un insegnamento per quel che Nostro Signore chiama un uomo nobile. Infatti si deve sapere che chi conosce Dio senza velo, conosce anche le creature nello stesso tempo che lui, giacché la conoscenza è una luce dell'anima e, per natura, tutti gli uomini aspirano alla conoscenza, in quanto anche la conoscenza delle cose cattive è buona. Ora i maestri dicono: Quando si conosce la creatura in se stessa, si ha una conoscenza vespertina, perché così si vedono le creature per immagini con molteplici distinzioni; ma quando si conoscono le creature in Dio, questa conoscenza si chiama ed è mattutina, e così si contemplano le creature senza alcuna distinzione, prive di ogni immagine e liberate da ogni rassomiglianza, nell'Uno che è Dio stesso. Anche questo è l'uomo nobile di cui Nostro Signore dice che partì: nobile perché è uno e riconosce Dio e la creatura nell'Uno.
Voglio ora passare a parlare di un altro significato di ciò che è uomo nobile. Io dico: quando l'uomo, l'anima, lo spirito contempla Dio, si sa e si riconosce come conoscente, ovvero riconosce che contempla e riconosce Dio. Ora è sembrato ad alcuni, e pare anche molto verisimile, che il fiore ed il nucleo della beatitudine si situino nella conoscenza con la quale lo spirito conosce di conoscere Dio, giacché se io possedessi tutte le delizie senza saperne niente, cosa mi importerebbe, e come potrebbero essere delizie per me? Tuttavia io dico con certezza che non è così. Se è vero che, senza di ciò, l'anima non sarebbe beata, nondimeno la beatitudine non si situa in ciò, giacché il primo elemento della beatitudine è che l'anima contempli Dio senza velo. È di là che essa riceve tutto il suo essere e la sua vita e che attinge tutto ciò che essa è nell'abisso di Dio, e non sa niente della conoscenza, né dell'amore né di quel che sia. Essa riposa totalmente ed esclusivamente nell'essere di Dio, non conosce in ciò che l'essere e Dio. Ma quando essa sa e riconosce di stare contemplando, conoscendo ed amando Dio, esce da questo stato e ritorna allo stato primario secondo l'ordine naturale. Infatti nessuno si riconosce come bianco se non colui che è realmente bianco. Perciò chi si conosce come bianco, si fonda e si appoggia sulla bianchezza, e deriva la sua conoscenza non direttamente né senza conoscenza del colore, ma deriva la sua conoscenza dal colore e dal sapere che ha di ciò che è bianco, ed attinge la sua conoscenza non esclusivamente dal colore in sé; piuttosto egli attinge il suo sapere e la sua conoscenza da ciò che è colorato o da ciò che è bianco e si riconosce come bianco. Bianco è qualcosa di assai minore e di molto più esteriore della bianchezza. Molto diversi sono il muro e le fondamenta sulle quali il muro si costruisce.
I maestri dicono che la potenza grazie alla quale l'occhio vede è diversa dalla potenza con la quale sa di vedere. Il fatto di vedere, egli lo deriva esclusivamente dal colore, non da ciò che è colorato. Per cui importa poco che ciò che è colorato sia pietra o legno, uomo o angelo, perché l'essenziale sta nel fatto che abbia un colore.
Nello stesso modo io dico che l'uomo nobile prende ed attinge la sua beatitudine, tutto il suo essere e la sua vita, unicamente da Dio, vicino a Dio ed in Dio, non dalla conoscenza, dalla contemplazione e dall'amore di Dio o altre cose simili. Perciò Nostro Signore dice assai giustamente che la vita eterna consiste nel conoscere Dio solo come l'unico vero Dio, non nel conoscere che si conosce Dio. Come l'uomo potrebbe conoscersi come conoscente Dio, quando non si conosce neppure in se stesso? Perché certamente l'uomo non conosce né se stesso né le altre cose, ma unicamente Dio solo, in verità, quando diviene ed è beato nella radice e nel fondo della beatitudine. Ma quando l'anima riconosce di conoscere Dio, allora acquisisce nello stesso tempo la conoscenza di Dio e di se stessa.
V'è un'altra potenza, come ho spiegato, grazie alla quale l'uomo vede, rispetto a quella per cui sa e riconosce di vedere. È vero che ora, quaggiù, in noi, questa potenza con la quale sappiamo e riconosciamo di vedere, è più nobile e più alta di quella con cui noi vediamo, perché la natura comincia la sua operazione dal più basso, mentre Dio, nelle sue opere, comincia da ciò che è più perfetto. La natura produce l'uomo a partire dal bambino e la gallina a partire dall'uovo, ma Dio fa l'uomo prima del bambino e la gallina prima dell'uovo. La natura prima rende il legno caldo e bruciante, e soltanto poi produce l'essere del fuoco, ma Dio dona prima l'essere a tutte le creature e poi nel tempo, e tuttavia fuori del tempo, separatamente, tutto ciò che appartiene all'essere. Nello stesso modo, Dio dona lo Spirito Santo prima dei doni dello Spirito Santo.
Io dico dunque che non v'è beatitudine senza che l'uomo abbia coscienza e sappia bene di contemplare e conoscere Dio, ma Dio voglia che non sia in ciò la mia beatitudine. Se ciò a un altro basta, sia pure così, ma io ne ho pietà. Il calore del fuoco e la natura del fuoco sono completamente diversi ed estremamente lontani nella natura, anche se sono assai vicini l'uno all'altro nello spazio e nel tempo. La veduta che è di Dio e la mia veduta sono assolutamente diverse e lontane l'una dall'altra.
Perciò Nostro Signore ha ragione nel dire che un uomo nobile partì per un paese lontano per ottenervi un regno, e poi tornare. Infatti l'uomo deve essere uno in se stesso e cercare l'uno in sé e nell'Uno, e riceverlo nell'Uno, ovvero unicamente contemplare Dio e ritornare, ovvero sapere e riconoscere che si ha un sapere ed una conoscenza di Dio. Il profeta Ezechiele ha espresso già questo fatto qui esposto, quando disse che una potente aquila con le grandi ali, di grande apertura, coperta di ogni sorta di piume, venne verso la nobile montagna, tolse il midollo o il nucleo dall'albero più elevato, strappò la corona del suo fogliame e la portò verso il basso. Ciò che Nostro Signore chiama un uomo nobile, il profeta lo chiama una grande aquila. Chi è dunque più nobile di colui che è nato, da una parte dall'elemento più alto e migliore della creatura, dall'altra dal fondo più intimo della natura divina e della sua solitudine? Io voglio condurre l'anima nobile nella solitudine, e là parlerò al suo cuore - dice il Signore attraverso il profeta Osea -. Uno con l'Uno, uno dall'Uno, uno nell'Uno e, nell'Uno, eternamente uno. Amen.