di Carmelo Muscato
Il termine “aristocrazia” sopravvive nel mondo moderno come
cimelio di un mondo che ormai non è più, mentre nel mondo premoderno o
tradizionale esso costituiva un concetto centrale tanto nella organizzazione
sociale che nella riflessione politica.
Secondo la classica divisione dei regimi costituzionali delineata
da Platone nel Politico, poi ripresa
da Aristotele, da Cicerone e altri ancora, ci sono tre forme di governo sane:
monarchia, aristocrazia e democrazia, a seconda che il governo sia retto da uno,
da pochi o da molti. Queste tre forme di governo, degenerando, danno luogo a
tre forme deteriori di regimi: tirannide e oligarchia le prime due, un regime
variamente denominato la terza. Tra parentesi in Platone, Aristotele e anche
oltre il termine democrazia tende a indicare più la forma degenerata del
governo dei molti che quella sana, ma questo, che pure è un aspetto importante,
riguarda altro un discorso.
Come è facile notare nell’orizzonte politico moderno
sopravvivono i termini di questa antica classificazione ad eccezione appunto
del termine aristocrazia. Per descrivere gli attuali regimi costituzionali possiamo
servirci del concetto di democrazia ma anche quello di monarchia o tirannide,
magari con il sinonimo di dittatura, così come del concetto di oligarchia.
Certo, è mutata la logica della classificazione platonica, per cui per esempio
le monarchie europee sono anche delle forme di democrazia. Ma i termini
permangono, ad eccezione appunto del termine aristocrazia.
Che cosa è accaduto con la rivoluzione moderna che ha messo
in soffitta il termine aristocrazia? Innanzitutto possiamo osservare che, avendo
la borghesia scalzato l’aristocrazia, ora l’articolazione sociale è tutta
all’interno di quello che era il “terzo stato”. Per comprendere il significato
di questa sostituzione sul piano sociale, e quindi politico, possiamo passare
dal mutamento osservabile nella realtà esterna al più intimo mutamento
concettuale. Riflettendo sull’etimo del termine aristocrazia, come è a tutti
noto, oi aristoi in greco significa i migliori. Messa da parte la reazione
negativa che tale significato suscita nella mentalità egualitaristica moderna,
possiamo notare che nella riflessione platonica è determinante il riferimento
al Bene. “Migliore” è superlativo di “buono” e i guardiani della kallipoli sono i migliori perché
guardano al Bene. Ora chiediamoci: perché aristocrazia è diventato un termine
in disuso? Perché il problema del Bene in età moderna è stata rimosso. Se i
guardiani in Platone sono gli aristoi
perché guardano al Bene, ora borghesia e proletariato sul versante sociale,
monarchia, democrazia o oligarchia sul quello politico, possono sussitere senza
alcun riferimento al Bene.
Ciò in quanto si è ritenuto che il Bene al singolare, cioè
l’idea metafisica e dunque filosoficamente più problematica, potesse essere
agevolmente sostituito dai beni al plurale, siano essi beni materiali e
oggettivi, o siano beni psicologici, il benessere soggettivo. Ma è veramente possibile
occuparsi dei beni o del benessere contingente, aggirando l’ardua questione del
Bene metafisico? In realtà ciò non è che un illusione. Che cosa sono i beni contingenti, quelli che non pretendono
di costituire un bene assoluto ma che hanno comunque il vantaggio di essere
misurabili, facilmente individuabili e agevolmente trattati dal punto di vista
razionale? Sono stati di essere considerati buoni non in sé ma in vista di
qualcos’altro, quindi qualcosa che parla non del Bene assoluto ma del bene relativo.
L’abbaglio consiste nel non accorgersi che anche i beni relativi e contingenti
in realtà rimandano al Bene in sé e lo presuppongono in maniera imprescindibile,
anche se non immediatamente evidente. Come il mezzo inevitabilmente presuppone
il fine, qualcosa può essere considerato un bene relativo solo in quanto, anche
indirettamente è collegato al Bene in sé. Posso considerare un bene laurearmi
anche se la laurea in sé non è un Bene, in quanto la laurea può costituire un
mezzo in vista di un fine, per esempio ottenere un lavoro o realizzare una
carriera. E quest’ultimo stato a sua volta può anche non essere un bene
assoluto ma un bene contingente, in quanto è anch’esso un mezzo in vista di uno
stato successivo considerato fine, e così via. Tuttavia questo modo di
considerare i beni relativi può funzionare solo in quanto ammettiamo,
consapevolmente o meno, che alla fine della catena, non importa quanti numerosi
siano gli anelli, risieda qualcosa che è il Bene in sé, ossia qualcosa che sia
fine ultimo e non solo un fine in vista di un fine ulteriore. Quello che
Aristotele spiega così: “Se poi vi è un fine delle nostre azioni che noi
vogliamo di per se stesso, mentre gli altri li vogliamo solo in vista di
quello, e non desideriamo ogni cosa in vista di un’altra cosa singola (così
infatti si andrebbe all’infinito, cosicché la nostra tendenza sarebbe vuota e
inutile), in tal caso è chiaro che questo dev’essere il bene e il bene supremo”[1].
Da questo punto di vista, nonostante possa sembrare
invecchiato e inutile, il concetto di aristocrazia ha una validità sempre
attuale: infatti l’idea metafisica di Bene è, e non può non essere, un’idea
imprescindibile. Solo una sciagurata inconsapevolezza può farci credere che non
sia così. Sempre facciamo riferimento al Bene, anche se non ce ne accorgiamo. Possiamo
considerare una significativa questione dei nostri giorni che tanto ha fatto e continua
a far discutere: la legge emanata dall’attuale governo, chiamata “la buona
scuola”. Possiamo mettere da parte ogni discussione e immaginare Socrate che
con la sua ironia così si rivolga a chi ha fatto la legge: “oh divino Renzi,
devi essere davvero un conoscitore del Bene per essere riuscito a individuare
quale sia la buona scuola!”. Solo la superficialità può farci credere che sia
possibile riconoscere la buona scuola dalla cattiva scuola anche senza aver
affrontato il problema del Bene. E così, ancora, nella scuola come in altri
ambiti della società, si discute molto di meritocrazia, illudendosi che si
possano individuare i meriti, senza essersi preoccupati di sapere cosa sia il Bene.
Allora, nonostante sia caduto in disuso, il concetto di
aristocrazia ha una validità sempre attuale, come sempre imprescindibile è il
Bene che esso richiama. Ecco perché l’organizzazione socio-politica nel mondo tradizionale
è comunque sempre una forma di aristocrazia: anche laddove c’è un re siamo
sempre in presenza di un assetto che trova la sua centralità nell’aristocrazia,
non tanto per la sua preminenza intesa in senso stretto come classe sociale, ma
per il significato più ampio e più profondo del concetto. Non a caso, a parte
la classificazione del Politico, la kallipoli, ossia la polis ideale,
delineata nella Repubblica platonica
è una polis aristocratica, nel senso che l’ottima costituzione – quella da cui
per graduale decadimento sorgeranno rispettivamente: timocrazia, oligarchia,
democrazia e tirannide – è la costituzione aristocratica.
Da questo punto di vista non c’è contrapposizione tra
monarchia e aristocrazia. Anche il termine re, che dal latino rex rimanda alla radice indeuropea (da
cui il sanscrito “raja” e il tedesco “reich”), indica ‘il punto raggiunto in
linea retta’. Re nel suo significato originario, non è tanto il detentore del
potere, ma colui che conosce ciò che è retto, la linea retta, la via da seguire.
Come ricorda Benveniste, il rex
indoeuropeo è molto più religioso che politico. Il suo compito non è di
comandare ma di fissare le regole, di determinare ciò che è in senso proprio
‘retto’. Ossia il Bene.
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